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L’Alchimista: come tutto ebbe inizio

29 May, 2017

Non categorizzato Written by: Alexandra Di Gregorio

11 settembre 2001, Londra

È tutto così perfetto. Posseggo un appartamento in una delle più grandi e celebri capitali europee. Ho già due lauree, sto per finire il master in economia aziendale e se tutto va bene presto avrò un lavoro come consulente aziendale.

È una mattina quieta, come al solito ho cercato di svegliarmi il prima possibile per andare avanti con la tesi. Sono nove mesi che ho lasciato il lavoro per concentrarmi solamente sullo studio. Nove mesi in cui mi muovo dal letto alla scrivania, qualche volta vado anche in cucina (quando mi ricordo che non posso campare di sola caffeina). Nove mesi, praticamente un parto, per mettere al mondo una tesi. Sto per iniziare a scrivere quando il mio telefono inizia a squillare: “Accendi la TV!” mi urla il mio compagno dall’altra parte della cornetta. “Sto cercando di studiare, non ho tempo per guardare la TV!” “Ho detto accendi la TV, ora!”. Accendo la maledetta TV e su ogni canale l’unica cosa trasmessa è l’immagine spaventosa delle Torri Gemelle che collassano al suolo e di uomini e donne che si gettano dalle finestre di quei colossi, come petali che si staccano dal fiore e planano lentamente nel vuoto. Me ne stavo lì, impalata, “La terza guerra mondiale, siamo nella terza guerra mondiale”, pensavo mentre mostravano il primo piano di un uomo, il volto ricoperto di terrore e sudore, che scruta il cielo in cerca di una speranza, e poi si getta nel vuoto.

Come ogni giovane ambizioso in quei tempi, avevo sempre sognato di vivere negli USA, e a dirla tutta stavo ancora cercando un modo per avverare quel sogno. Ma in quel momento, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era che avrei potuto essere lì. Sarei potuta essere io quella che saltava da quella finestra mentre tutto il mondo vedeva in diretta gli ultimi momenti della mia vita. Quel giorno ed i giorni a seguire, un’immensa nube di grigiore sembrava sovrastare Londra, ogni cosa sembrava congelata nel tempo e tutti sembravano aspettare la fine del mondo. “Probabilmente nel giro di qualche mese sarò morta, a chi importa della mia laurea e del mio sogno ambizioso di avere un lavoro ben pagato e di vivere in una metropoli?” pensai in quei giorni.

Inutile dire che non potevo buttare via anni di sacrifici solo perché sembrava che il mondo stesse per finire. Per cui a fine mese consegnai la mia tesi e mi laureai. Tuttavia, la sensazione che la fine fosse vicina mi fece prendere la decisione di trovare il prima possibile un lavoro, uno qualsiasi andava bene, per racimolare qualche soldo, quanto basta per fare un viaggio di sei settimane in Australia. Volevo andare a trovare mia cugina Georgina.

Natale e Capodanno: il viaggio rivelatore

Due mesi dopo ero sull’aereo. Avevo esattamente sei settimane per vivere la mia vita, ormai segnata da un senso di caducità che da quel maledetto giorno di settembre non mi aveva lasciato. Tra l’altro la mia amica Hellen, che si era trasferita in Tailandia, mi aveva chiamato la settimana prima e, non appena le dissi del viaggio in Australia, iniziò a lamentarsi del fatto che le avevo promesso di andarla a trovare, mentre invece stavo andando da mia cugina. Così decisi che mi sarei fermata per qualche tempo anche in Tailandia, accontentandola e rendendo felice anche me stessa.

Eccomi a Bangkok dove soggiorno in un hotel a quattro stelle fantastico, come tutto ciò che questa città ha da offrire, dal cibo delizioso ed esotico ai grandi mercati affollati e pieni di bancarelle coloratissime, colme di collane e bracciali bellissimi venduti a prezzi stracciati.

Un giorno, Hellen prenotò una vacanza di tre giorni sulla paradisiaca isola di Phuket. Nessuno è mai tornato in vita per darci una descrizione del paradiso, Dante ha provato ad immaginarselo fornendocene una rappresentazione magnifica, ma in termini per lo più religiosi, che non hanno niente a che vedere con il seducente paesaggio che mi trovavo di fronte, mentre camminavo sulla bianca e soffice sabbia della spiaggia di Kata. “Sono in paradiso” dissi tra me e me, muovendo le labbra come se lo stessi dicendo a Hellen, la quale si stava già godendo un massaggio rilassante sdraiata all’ombra di una palma. Faceva un gran caldo, ma la fresca e profumata brezza marina rendeva lo rendeva addirittura piacevole. “Sono giovane, libera, con cittadinanza inglese ed una carriera promettente. Ce l’ho fatta! Non sono più una ragazza qualsiasi in un piccolo villaggio su di un’isola che lo è altrettanto, sono un’indipendente donna in carriera! La sola cosa che mi manca è un uomo con cui condividere questo grande letto matrimoniale…ma a che serve un uomo quando puoi allungarti nel letto quanto ti pare senza avere il pensiero di buttare giù qualcuno?”

Non riuscivo proprio ad accettare l’idea che la mia vita finisse a causa di una stupida ipotetica guerra. Insomma, avevo raggiunto ogni mio obbiettivo e nessuno, dico nessuno, aveva il diritto di portarmi via quello che mi ero sudata. Nonostante ciò, la consapevolezza che, così come in America, anche a Londra potesse esserci un attacco terroristico mi faceva tremare dalla paura.

Mentre mi stavo immergendo nell’acqua cristallina e ferma che baciava la costa di questo piccolo angolo di paradiso, lontano dal caos e dal rumore dei clacson di Londra, improvvisamente un pensiero iniziò a balenarmi in mente e a fare a pugni col mio cervello, tanto forte da farmi venire il mal di testa. Nonostante cercai di reprimere, di scacciare e di far tacere tale pensiero, mi risultò impossibile rifiutare di ascoltare quella vocina che diceva: “Qual è la differenza tra questa spiaggia e la spiaggia di Glyfada a Corfù?” Davvero stavo pensando di aver fatto tutta quella strada, di esser giunta sin lì, per scoprire che il paradiso che ho cercato in tutti questi anni era a portata della mia mano sin da quando ero nata e non me ne ero accorta? “No, sei solo sotto shock per quello che è successo in America” mi dissi.

Fortunatamente, Hellen, che mi stava chiamando per invitarmi a prendere un drink con dei ragazzi che ci stavano mangiando con gli occhi da quando eravamo arrivate, mi salvò dall’affondare nelle acque profonde e burrascose della mia mente contorta.

Passati i tre giorni a Phuket, purtroppo, dovetti salutare Hellen e continuare il mio viaggio per l’Australia.

L’Australia è un luogo molto significativo per me, non solo perché ci viveva mia cugina, ma soprattutto perché i miei genitori vi vissero per molti anni, prima di tornare a Corfù. Insieme con Georgina visitammo tutti i posti di cui i miei genitori mi avevano parlato nei loro racconti. Viaggiando in lungo e in largo per l’Australia mi resi conto di quanto i miei genitori si sentissero soli qui. Nonostante sia un posto magnifico, solo ora riuscivo a comprendere il loro desiderio di tornare a Corfù, di potersi riunire alle loro radici senza dover vivere il resto della loro vita come stranieri. Prima di quel momento non ero mai stata d’accordo con la loro decisione di tornare, il mio solo desiderio era quello di lasciare Corfù. Stavo forse sentendo anche io la mancanza delle mie radici? “No, sei solo sotto shock per quello che è successo in America.”

Gennaio- Marzo 2002, Londra 

Tornata a Londra iniziai a lavorare come direttrice in un hotel che a dirla tutta non stava andando molto bene quando mi assunsero. Ciononostante, il guadagno era molto buono e, grazie alle mie abilità manageriali (modestie a parte), gli affari iniziarono presto ad andare meglio. Tutto lo staff dell’albergo prese a lavorare con sempre più entusiasmo e la mia assistente, Dona, divenne presto la mia migliore amica. Il proprietario, però, non sembrava essere felice del mio successo e iniziò ben presto a cercare di mettermi il bastone tra le ruote. Mentre io stavo investendo tutti i miei sforzi nella creazione di un team coeso che stava letteralmente salvando l’hotel dalla bancarotta, lui non faceva altro che cercare di dividerci e di indebolirmi svalutando il mio operato. Lavoravo dodici, delle volte anche quattordici ore al giorno per raggiungere il bonus che mi permetteva di pagare il mutuo per il mio appartamento, ed il peso delle responsabilità che portavo sulle spalle, unito alle difficoltà con il proprietario, mi stavano causando un sacco di stress. Ero perfettamente in grado di lavorare anche sotto pressione, ci ero abituata, ma stavo cominciando a chiedermi se ne valesse la pena rischiare un esaurimento nervoso e magari ammalarmi a causa di tutto lo stress e l’amarezza che, costretta a lavorare in quell’ ambiente così ostile, dovevo mandare giù ogni giorno.

Luglio 2002, Londra

È notte fonda e il mio cellulare sta squillando. Chi mai potrebbe chiamarmi a quest’ora? Mezza addormentata, guardo il cellulare con un occhio solo. “Dona?” rispondo. “Scusa se ti chiamo a quest’ora, ma ho davvero bisogno di parlarti, possiamo fare due passi?” Non avrei mai detto di no, era la mia migliore amica e la sua voce tradiva il suo stato di ansia e preoccupazione.

Dieci minuti dopo eravamo sedute sul bordo di una delle grandi fontane di Trafalgar Square, con in mano un bicchiere di vino. Dopo qualche secondo che mi parve un’eternità, la sua voce amica venne in soccorso a riempire quel silenzio angosciante: “Guarda, sono talmente stressata che non riesco a dormire, eppure sono stanca morta. Non ce la faccio più a lavorare con quell’uomo, ci ho provato, davvero, perché non ti voglio lasciare sola. Sei la mia migliore amica e non voglio voltarti le spalle, ma ne ho fin sopra i capelli, voglio lasciare quell’hotel. Sì, voglio dare le dimissioni.” Nonostante nella mia mente passe tutt’altro rispetto a quello che dissi, non potei fare altro che darle conforto, perché anch’io provavo la stessa sensazione. Così, anche se mi terrorizzava l’idea di dover lavorare senza di lei le dissi:” È giusto che tu faccia ciò che ritieni sia meglio per te. Non devi continuare a stare lì per non lasciarmi sola, ce la farò! Non ti devi preoccupare.”

Stavo vivendo la vita a cui avevo sempre aspirato, avevo raggiunto tutto ciò che desideravo, ma il pensiero che il tesoro che stavo cercando fosse stato da sempre sotto il mio cuscino, l’idea che, forse, vivere in una grande città non fosse più abbastanza per me e che, forse, sarei stata più felice e al sicuro a Corfù non mi voleva abbandonare. Com’era possibile che tutto fosse cambiato in un battito di ciglia?

Per la disperazione del proprietario dell’albergo che sperava di disfarsi di me per dare il mio posto a lei, Dona si dimise. Dopo appena una settimana senza la mia amica, compresi che neanche io sarei riuscita a lavorare con quell’uomo orribile senza cadere in depressione o farmi venire l’ulcera. “Al diavolo te, al diavolo i tuoi soldi e il tuo hotel!” pensai. Ebbene sì, mi dimisi anche io e dopo aver preso la prima grande decisione, ne feci un’altra: decisi di andare in Grecia per un po’, a riflettere.

Ciò che non vi ho detto prima (non volevo che pensaste che lavoravo nell’ambito del turismo per questa ragione) è che i miei genitori avevano un hotel a Benitses. In realtà l’avevano affittato a terzi che lo stavano conducendo, ma dato il fatto che queste persone avevano da tempo smesso di pagare l’affitto, i miei genitori non poterono fare altro che riprendersi l’hotel ed occuparsene loro. Mia madre, alla bella età di sessantasei anni, puliva le camere, e mio padre, che a stento sapeva leggere e scrivere, lavorava alla reception. Nonostante cercassi di aiutarli da Londra sino ad allora ero troppo occupata con il mio lavoro per riuscire a salvare l’hotel.

Agosto 2002 – Aprile 2003, tra Benitses e Londra

Non appena misi piede nell’hotel dei miei genitori rimasi scioccata. Non me lo ricordavo così, così insignificante, senza colori, a meno che quel muto e gelido bianco si possa definire un colore. Mi sembrava una bellissima ma triste donna che tutti usano ma nessuno ama. “Questo posto merita più amore!” pensai. Solo i miei genitori lo amavano, ma erano troppo vecchi e stanchi per prendersene cura.

Finita l’estate, ancora confusa sul dopo, decisi di tornare a Londra. Seduta sul sofà rosso nel mio amato appartamento, tenendo tra le mani una tazza di tè caldo, presi ad esaminare ogni angolo di ciò che solevo chiamare casa. Presi ad esaminare ogni angolo del mio cuore e con la spensieratezza di un bambino pensai: “ho raggiunto tutto ciò che volevo. Ho dimostrato a me stessa di essere forte, capace ed indipendente. Forse tutti questi dubbi e queste paure mi stanno solamente suggerendo di chiudere questo capitolo della mia vita e di aprirne uno nuovo.” Trasportata da questa improvvisa rivelazione, presi il telefono e digitai il numero di mia madre: “Mamma, torno a casa. Mi occuperò io dell’albergo nella prossima stagione.”

Alcuni giorni dopo pubblicai l’annuncio per affittare il mio appartamento. Inutile. Non mi piaceva nessuna delle persone che erano venute a vedere la casa. Esiste un modo di dire greco che fa così: “non puoi avere un piede nella fossa e l’altro fuori”, che significa che o fai una cosa dall’inizio alla fine o non la fai del tutto. E poi non mi piaceva neanche un po’ l’idea che qualcun altro avrebbe vissuto nel mio appartamento, per cui decisi di renderlo “non mio” e l’unico modo per farlo era venderlo. Tre giorni dopo l’appartamento era già venduto ed io ero pronta per iniziare un nuovo capitolo.

Con la consapevolezza che presto avrei lasciato Londra, feci il meglio del tempo che avevo a disposizione. Nei mesi che precedettero la mia partenza mi godetti finalmente, per la prima volta, la maestosa madre frenetica e multiculturale che mi aveva portato dentro di sé per ben quattordici anni. Di giorno incontravo amici e la notte raccoglievo idee utili a rimettere in sesto l’albergo dei miei. Una notte, mentre stavo spiando su internet ciò che gli altri hotel di Benitses offrivano ai loro ospiti…

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9/11 Bella Vista Hotel Benitses corfu Kata Beach Revelation The Alcemist
About The Writer
Alexandra Di Gregorio
Pen Name: Fille Du Vent

Alexandra is a young and still developing writer. She likes to explore different literary genres and styles, such as poetry, short stories and stream of consciousness. Alexandra aspires to become a travel writer collecting and writing the stories of the people she meets on her journeys around the world. This time Alexandra worked as a biographer, writing short stories revolving around momentous events in the life of Anthea and of the Bella Vista hotel

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