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Gli scorsi quindici anni della mia vita

La storia di Bella Vista in tre parti

Parte 1: la scelta

08 Mar, 2019

Bella Storie Written by: Alexandra Di Gregorio

Molte persone non riuscivano a capire perché avevo deciso di lasciare l’Inghilterra per tornare a vivere in Grecia, un paese che stava, e ancora sta, affrontando molte difficoltà. Per quanto io creda nella potenza espressiva della parola, delle volte neanch’ esse riescono a trasmettere l’oceano di pensieri ed emozioni che popolano un l’animo umano. Sentivo, dentro di me, che c’era qualcosa di non risolto, che una parte di me era ancora a Corfù e aspettava che io tornassi, per riconnettermi a lei. Mentre molti al tempo sognavano di lasciare la Grecia, proprio come avevo fatto io anni addietro, io, ora, sentivo il bisogno di tornare. Dopotutto, è questo il posto in cui sono nata e cresciuta. Esiste un legame inspiegabile e inscindibile che lega le persone alla terra in cui hanno mosso i loro primi passi. Perfino le persone più libere e avventurose, quelle che sognano di viaggiare il mondo, hanno un luogo speciale cui sentono di appartenere.

Dopo aver passato tanti anni lontana dalla mia famiglia, cercando di costruirmi un futuro, sentivo ora il bisogno di poter andare a trovare i miei parenti quando mi pareva, senza dover attraversare un intero continente. Sapevo che mi sarebbero mancati i miei thè al Clardige’s e le folli giornate di shopping a Oxford Street, ma ancora di più mi mancavano i tempi in cui potevo fare un salto a casa di mamma e prendermi un caffè con lei, con mio fratello e vedere i miei nipoti. Avevo bisogno di quel senso di famiglia. Mi mancava passeggiare lungo le vie di Benitses ed incontrare sguardi familiari. Londra è una città magica, piena di persone che vanno e vengono, ma tutto lì mi sembra così temporaneo, transitorio e provvisorio. A Benitses, invece, pur essendo anch’essa una meta turistica, le cose appaiono più statiche e riluttanti al cambiamento. E sì, nel mondo d’oggi in cui tutto scorre così rapidamente, i luoghi e le comunità che riescono a custodire le loro radici e la loro storia mi sembrano contenere in sé qualcosa di magico: è la magia di quella saggezza profonda che non si piega al vento delle circostanze.

Avevo lasciato Corfù, perché non riuscivo ad essere me stessa lì: una donna indipendente e intraprendente, piena di sogni, che non ascoltava nessuno all’infuori del proprio cuore. Ora che avevo raggiunto i miei obiettivi, che sapevo chi ero e cosa volevo fare nella vita, volevo provare ad essere quella persona a casa mia. Ero decisa a prendere in mano e condurre gli affari di famiglia a modo mio. Sarebbe stato possibile? Non ne ero certa. Tuttavia, ero pronta a lavorare sodo per trovare la mia felicità a Benitses.
Quello che segue è la storia che di come ci sono riuscita. Ci sono riuscita?
2003-2007: Visione

Ovviamente ero preoccupata. Dopotutto, stavo abbandonando la vita che mi ero costruita per fare un salto nel vuoto, ma ero giovane, piena d’energia ed elettrizzata all’idea di iniziare un nuovo capitolo. Sapevo che tornando avrei dovuto affrontare molti scheletri nell’armadio, che poi si rivelarono essere più di quanti immaginassi. E certo, loro erano rimasti lì, per quattordici anni, e aspettavano il mio ritorno. Ma del resto, era quella una delle ragioni per cui avevo deciso di tornare: volevo affrontarli e pareggiare i conti.

Anthea Pouli 2003 - Bella Vista hotel Benitses Corfu

Era il 2003 ed ero desiderosa di convincere i miei genitori di essere abbastanza forte e competente per gestire il loro hotel autonomamente. Loro stavano invecchiando ed erano stanchi di lavorare. Perciò ero pronta ad assumermi questa responsabilità, che per loro stava lentamente diventando un fardello. Probabilmente penserete “vabbè, dov’è il problema, sei la loro figlia”. Eh no, non pensiate che sia stato facile convincerli di aver pienamente compreso quanto questo posto gli stesse a cuore, e quanto significasse per la nostra famiglia.

Per i miei genitori, che gli avevano dato vita, il Bella Vista era come una persona fatta di carne ed ossa. E di un’anima. Quell’anima che conteneva tutti i sogni e le speranze connesse a quella creatura. Tuttavia, quando tornai, quella stessa creatura, quel Frankenstein, sembrava avere i giorni contati. Quell’anima potente stava attendendo qualcuno di giovane, innovativo, e allo stesso tempo rispettoso delle sue origini e, soprattutto, pieno di amore da investire. Penso che quella persona fossi io. Ci stavamo aspettando a vicenda.

I miei genitori avevano investito tutte le loro energie in questo posto e, pur essendo persone semplici e non particolarmente istruite, erano riusciti a portare avanti il business: era l’amore per questo luogo e per la famiglia, soprattutto, che gli aveva dato la forza per continuare a lavorare senza sosta. Questo hotel è la prova che volere è potere. Ma cos’era che i miei genitori volevano così intensamente? Volevano proteggerci, me e i miei fratelli, da una vita di miseria in cui saremmo rimasti intrappolati, strangolati dall’impossibilità di scegliere il nostro destino. Il Bella Vista è nato come un sogno di libertà, e continua ad esserlo tutt’oggi.

I miei genitori hanno da sempre gestito l’hotel seguendo l’irrazionale ma potente principio dell’amore, ed io decisi che avrei fatto lo stesso. Studiando e lavorando all’estero ho imparato molto e, nonostante molti sostengano che è meglio tenere le emozioni fuori dal lavoro, io credo che solo integrando queste emozioni si possano raggiungere dei risultati eccezionali. Del resto, siamo costantemente influenzati dal nostro umore anche quando pensiamo di non esserlo. E questo inevitabilmente finisce per influenzare le nostre azioni. Ogni tanto mi pare di essere fin troppo soggetta al mio umore anche sul lavoro, ma questo è ciò che rende questo posto unico, per me e per chi qui si sofferma: è reale. Non riesco ad accettare che la nostra brama di guadagno crei dei business in cui le persone sono ridotte a puri lavoratori e consumatori. “Incoraggiare le persone a mostrare se stesse, le proprie emozioni e condividerle” questa era la mia visione, che decisi di portare avanti.

Quindi, appoggiandomi a ciò che avevo messo da parte nei miei anni di lavoro a Londra e a ciò che avevo guadagnato vendendo il mio appartamento, iniziai a trasformare ciò che i miei genitori avevano creato. Negli anni a venire ho dovuto cambiare sia lo scheletro che la carne della loro creatura, per riuscire a farle sopravvivere le molte sfide provenienti dall’esterno. Tuttavia, l’anima del Bella Vista è sempre rimasta la stessa.

 

Durante il mio Master all’Università di Surrey ho imparato una lezione importantissima, che da lì in poi ha sempre accompagnato il mio modo di lavorare: l’importanza dell’ambiente. Le imprese non sono mai separate dal loro ambiente circostante. Anzi, entrambi i fattori si influenzano a vicenda e in modo profondo. L’aver ignorato l’ambiente e la comunità locale ha avuto un effetto disastroso a Benitses in passato (https://bellavistahotel.gr/benitses-a-story-of-love-and-hate/), lasciando il villaggio deserto ed portando i suoi alberghi e ristoranti sull’orlo del collasso. Era impossibile tirare avanti un albergo se nessuno veniva a Benitses a causa della sua reputazione. Anche se lo avessi trasformato in un cinque stelle con vasche Jacuzzi non avrebbe funzionato.

“Location” era la mia parola chiave ed il mio punto di partenza: prima di prendere qualsiasi decisione mi sono presa tempo per osservare e comprendere cosa era successo a Benitses e come si era arrivati a questo punto. Così compresi che l’unico modo per creare un rapporto d’armonia tra la gente del posto e i turisti, io e noi tutti a Benitses dovevamo creare e promuovere strutture e servizi che rispettassero la cultura locale e, ovviamente, l’ambiente naturale. L’imposizione di un diverso modo di pensare e di agire era stata la causa della crisi che il villaggio, e di conseguenza il Bella Vista, stavano attraversando quando tornai da Londra. Per fortuna, l’istruzione che avevo ricevuto ed il mio rispetto per ciò che gli altri avevano costruito prima di me mi avevano insegnato a fare meglio.

Chiaramente apportai anche dei cambiamenti all’edificio in sé: ne cambiai la struttura ed i colori, sia all’interno che all’esterno. C’era proprio bisogno di un pizzico di vitalità!

 

Presto mi ritrovai a lavorare la stessa quantità di ore che lavoravo a Londra, ma con una sottile differenza: non c’erano turisti! Eh sì, perché sto parlando dell’inverno del 2003, in cui passai sei mesi seduta ai tavoli della sala da colazione, fissa di fronte al mio computer. Ancora oggi mi ricordo le espressioni sbigottite e disorientate dei miei vicini che, passando davanti alle grandi vetrate, si chiedevano cosa diavolo stessi facendo tutto il giorno, a Gennaio, in un hotel chiuso, di fronte al PC.

Cosa stavo facendo? Stavo scoprendo che il nostro villaggio veniva descritto su Internet come un luogo frequentato da zoticoni inglesi ubriachi che facevano festa tutta notte. Un posto da evitare a tutti i costi, a meno che uno non volesse “divertirsi” (sai di che tipo di divertimento parlo). È vero, in passato era stato così, ma ora le cose erano cambiate: il turismo delle 3S aveva trovato una nuova dimora grazie alla resistenza della popolazione locale stanca di quel tipo di turismo. Le cose erano cambiate, ma quell’orribile immagine di Benitses era ancora viva nell’immaginario delle persone, e nessuno voleva venirci.

Ed ecco ciò che stavo cercando di fare: scrivevo e inviavo schede informative relative al Bella Vista e a Benitses, nel tentativo di far passare un’immagine diversa del luogo. In effetti, questo villaggio sarebbe stato una destinazione perfetta per le famiglie che volevano rilassarsi e per gli sportivi (ciclisti ed escursionisti soprattutto) amanti della natura. Prima degli anni ’80, del resto, Benitses era un villaggio di pescatori, in cui la gente viveva in semplicità e tranquillità.

Benitses village Corfu Greece

Negli anni a venire mi ritrovai dunque a combattere una duplice battaglia: quella che combattevo come straniera (avevo vissuto all’estero per così tanto che ormai non ero più considerata una corfiota) e quella che combattevo come donna in un’industria governata da uomini.

Inizialmente, e forse un po’ ingenuamente, iniziai a contattare varie agenzie di viaggi del posto nella speranza di poter attirare la loro attenzione. Inutile dire che è stato inutile, se non dannoso. Benitses era come un manoscritto che era stato bandito e le cui copie erano state distrutte da tutti, eccetto che da me, la strega che avrebbe dovuto essere bruciata sul rogo, perché si rifiutava di buttare via l’ultima copia rimasta di una preziosa opera d’arte.

Non una delle agenzie locali si era resa disponibile a promuovere l’hotel. Pur avendo lavorato così come avevo imparato in Inghilterra, nessuno voleva ascoltare le mie proposte. Gli agenti mi guardavano dall’alto in basso, come se fossi un marziano che non capiva come stavano le cose sulla terra. Mi vedevano come una bella donna senza alcuna capacità (probabilmente troppo bella per essere anche brillante), come un pesciolino condannato ad essere divorato dagli squali dell’industria del turismo. Qui non c’era spazio per le donne che facevano business, ed io non ero la benvenuta. Si aspettavano che mi sarei arresa e me ne sarei tornata a Londra. Non avevano proprio idea con chi avevano a che fare (testarda!).

Per quanto io possa sembrare forte e determinata, in quei momenti mi sono ritrovata anch’io a dubitare di me stessa, sia come donna che come imprenditrice. Ma nel mio profondo sentivo che era una causa per cui valeva la pena battersi, perché non riguardava solo me stessa e i miei affari, bensì la maggioranza delle persone che abitano qui. Era inaccettabile che un posto bello come Benitses fosse ridotto all’immagine dei teppistelli inglesi. Sapevo di essere nel giusto e sapevo che solo chi non si arrende può vincere. Per cui, ignorando coraggiosamente la vasta armata contro cui stavo lottando, rifiutai di darmi per vinta.

 

I miei “nemici” erano certamente forti e potenti, ma io avevo al mio fianco un alleato che si rivelò essere alquanto strategico: lnternet. Ai tempi era ancora un mezzo poco conosciuto e utilizzato in ambito turistico in Grecia, ed il fatto che io sapessi come usare la rete mi ha permesso di tenere a galla l’hotel in quegli anni in cui Benitses portava ancora la nomina di “dimora del diavolo”. E non sbagliati, perché anno dopo anno Internet divenne la via privilegiata dall’industria turistica, mettendo in secondo piano il ruolo delle agenzie. Inoltre, riuscii anche a collaborare con un’agenzia russa, il che mi portò nuovi clienti. Era un piccolo passo avanti, ma nella giusta direzione, dato che negli anni a venire il turismo russo sarebbe aumentato a Benitses, facilitato dalla vicinanza del credo religioso e dal modello di turismo cercato. Comunque sia, concentrai la maggior parte dei miei sforzi sul Web, poiché era l’unico veicolo di cui mi fidavo: era indipendente, gratuito ed ero in grado di controllarlo direttamente senza la mediazione di terzi.

Avevo vissuto in Gran Bretagna per molti anni e sapevo che esistevano molti turisti inglesi educati. Stereotipi e pregiudizi non dicono mai la verità, e se la dicono, la esagerano al punto che smette di essere vera. In fin dei conti ero anche io una cittadina inglese ed, in quanto tale, speravo di poter attrarre visitatori inglesi, dal momento che sarebbe stato più facile per me soddisfarne i bisogni e comunicare con loro. Come avrei fatto a comunicare efficacemente con un russo? Peraltro, non conoscevo niente della cultura russa, delle loro abitudini, comprese quelle alimentari. Tuttavia, più che la popolazione locale, erano le agenzie di viaggio ed i loro partner che non volevano turisti inglesi, per nessuna ragione al mondo. E se da un lato potevo capirli benissimo, dall’altro sentivo che questo timore del caos stava sfociando in una sorta di discriminazione.

Grazie allo sviluppo dell’Internet booking, nel 2004 il Bella Vista fu il primo hotel ad aprire in modo indipendente per il periodo pasquale. Fino a quel momento, l’economia locale era totalmente nelle mani degli agenti e nessuno osava mobilitarsi autonomamente. Tranne me, anche perché era l’unico modo per cavarsela!

Tutti a Benitses erano sbalorditi e confusi da quanto velocemente il mio business si stesse riprendendo e da come fossi riuscita ad attrarre clienti da tutto il mondo. Non potete immaginare quanto erano felici i ristoranti che improvvisamente si trovarono ad avere più clienti, e questo senza dover pagare alcuna commissione agli hotel ed ai loro agenti di viaggio. Non avevo nessun accordo con uno specifico ristorante e non ottenevo nessuna quota aggiuntiva nel consigliarne uno piuttosto che un altro. A me interessava solamente mandare i miei ospiti dove avrei voluto essere mandata io se fossi stata in vacanza: dove si poteva mangiare bene e gustarsi le pietanze locali senza dover spendere un patrimonio!

 

Benitses

La guerra che mi trovai a combattere in quei primi anni non fu solamente quella contro il monopolio delle agenzie, ma anche quella contro la corruzione. I manager delle più note agenzie turistiche riuscivano a guadagnare più di mille Euro in nero per contratto. Hotel, B&B, appartamenti ecc. dovevano pagare una quantità vergognosa di denaro non dichiarato per essere inclusi nelle brochure delle agenzie ed ottenere così visibilità. Oltre ad essere chiaramente illegale e disonesto, era ingiusto e direi anche ridicolo in un posto piccolo come Benitses in cui tutti si conoscono. Questa pratica era diffusa ovunque a Corfù, ma come avrei potuto alzare la voce per oppormici? Chi ero io per parlare apertamente di un problema che tutti evitavano di riconoscere, fingendo che non esistesse? La maggioranza dei business accettava queste condizioni, perché era l’unico modo per tirare a campare in un posto dove il turismo rappresenta la prima, se non unica, fonte di guadagno. Nessuno avrebbe osato lamentarsi.

Di certo non ero tornata a Corfù per creare scompiglio. Tutto ciò che volevo era la possibilità di portare avanti i miei progetti e vivere una vita onesta con ciò che riuscivo a guadagnare grazie ai miei sforzi. Ma era impossibile per un business piccolo come il mio competere in modo etico in un mercato che in teoria era libero, ma in pratica non lo era affatto. Mi rifiutavo di sottomettermi a questo sfruttamento umiliante, e poco mi importava che questo avrebbe significato diventare la pecora nera e la “combina guai” agli occhi dell’industria turistica. Sapevo benissimo che questo modello non sarebbe stato sostenibile nel lungo termine. Gli hotel si spacciavano per strutture 4 stelle, ma vendevano le stanze al prezzo di un 2 stelle, quando invece erano 3 stelle. Penso possiate capire che per me, che sono un 2 stelle, era impossibile riuscire a vendere se un 4 stelle affittava le sue stanze al mio stesso prezzo.

Le strutture turistiche erano pronte a tutto pur di avere un misero guadagno, ma ad un certo punto il poco che riuscivano a guadagnare svendendosi, abbinato alle esorbitanti quantità di denaro nero che dovevano pagare, crearono un mix letale che annunciava solo disastri, poiché non restavano fondi da investire nella manutenzione. Incidenti come quello del monossido di carbonio ne erano la prova. Era necessario promuovere il posto in un modo onesto e smetterla di prendere in giro i turisti e noi stessi. Era una situazione che andava a svantaggio di tutti, dell’immagine di Corfù, ma soprattutto metteva a repentaglio la sicurezza dei turisti.

La creatività è una delle migliori risorse per essere competitivi, oltre alla qualità, senza dubbio. Perciò, al posto di ridurre i prezzi, decisi di investire in “unicità”. Pensai che, se fossi riuscita ad offrire un prodotto capace di distinguersi dagli altri, sarei riuscita ad attrarre una nuova clientela e a “fidelizzarla” offrendo il meglio che potevo, senza la pretesa di essere qualcosa che non ero. Cosa avrei dunque fatto per distinguermi?

 

Prima di tutto, decisi di focalizzarmi su due attori principali: il cliente e, come ho già detto, il luogo. La mia speranza era quella di riuscire a creare un’esperienza di viaggio alternativa. Volevo che i miei clienti si sentissero a casa e che si sentissero amati come ci si sente dalla propria famiglia. Dopotutto, erano proprio l’amore e la famiglia i pilastri che tenevano in piedi questo posto. Decisi di dare voce ai miei clienti, di ascoltare le loro storie, perché ciascuno di noi ha una storia degna di essere ascoltata, scritta e magari anche ricordata.

Per quanto riguarda il luogo, decisi di investire nella promozione della cultura locale. Non solo la mia colazione-buffet avrebbe incluso piatti della tradizione corfiota, ma volevo soprattutto che i turisti potessero venire in contatto con i costumi ed i valori del luogo. Cercai di farlo informandoli riguardo a festival ed altri eventi che gli avrebbero permesso di avvicinarsi un po’ di più alla Grecia. Perché facevo ciò? Lo facevo perché tutte le culture meritano attenzione, e perché è questa attenzione che apre la strada al dialogo e al rispetto reciproco.

Verso la fine del 2006, ossia dopo quattro stagioni estive da quando ero tornata, divenne chiaro che le mie idee di qualità, attenzione ed onestà stavano avendo successo. In quattro stagioni ero riuscita ad imprimere un nuovo soffio vitale all’hotel e ad avere abbastanza clienti per portarlo avanti. Come avevo sperato, i nostri ospiti erano deliziati dalla forte personalità della mia creatura: camere colorate e personalizzate, una ricca colazione fatta in casa (https://bellavistahotel.gr/breakfast-story-benitses/) ed una calda atmosfera familiare. Fui anche sorpresa dal fatto che i nostri visitatori si mostravano entusiasti del villaggio, della vista tra montagna e mare, e guarda un po’, della pace del posto.

 

 

Tuttavia, era impossibile non notare i negozi, le discoteche e i casinò abbandonati sul lungomare. Alcuni dei miei clienti furono coraggiosi: mi chiesero cosa era successo. Altri probabilmente erano troppo imbarazzati per chiedermelo apertamente. Oppure…lo sapevano? Erano al corrente del fatto che le autorità locali erano troppo prese dalle loro lotte per il potere per curarsi del benessere del posto e di chi ci viveva? Comunque sia, con coraggio e perseveranza ero riuscita a dimostrare che la via che avevo deciso di intraprendere era quella giusta. Ero sicura che non avrei fallito.

Ma mettendo da parte per un attimo la carriera, io, per me stessa cosa stavo facendo? Quali erano i piani per la mia vita privata? Avevo lavorato come una matta per salvare l’hotel e rimetterlo in pista, e ci ero riuscita. “Andrà tutto bene” mi dicevo, e a dire il vero ci credevo. Ero tranquilla. Ma perché, nonostante ciò, dedicavo tutto il mio tempo solamente al lavoro? Lavoravo le stesse ore cui ero abituata a Londra, se non di più. Io, però, ero tornata a Corfù per cambiare vita, per fuggire lo stress della città. Eppure eccomi qui più stressata che mai! “Lo stai facendo per la famiglia” mi sono detta per tre anni, ma era ancora vero ora che tutto sembrava procedere bene? O era semplicemente una scusa per nascondere il fatto che la mia vita londinese mi aveva irrimediabilmente trasformata in una malata di lavoro? Non riuscivo a ricordarmi dell’ultima volta in cui mi ero divertita un po’.

Fortunatamente, l’inverno seguente, che è stato il primo inverno di pace da quando ero tornata, scoprii che sapevo ancora come divertirmi. Sono sempre stata una persona estremamente indipendente, e sono convinta che le persone indipendenti sanno bene ciò di cui hanno bisogno per sentirsi felici. Il problema è che l’indipendenza non è gratuita, te la devi guadagnare. Il problema è che un lavoro che garantisca una sicurezza economica è spesso un lavoro che porta con sé grandi responsabilità. Mi piace chiamarlo “il paradosso dell’indipendenza”: sei libero, ma non puoi essere davvero libero, perché per esserlo devi farti un gran culo. E quindi, che ne era di me?

La prima reazione a questa domanda mi ha portato alla decisione di lasciare casa dei miei e cercarmi un appartamento a Corfutown. Per quanto amiamo Benitses, dovete ammettere pure voi che è un posto un po’ troppo solitario, soprattutto d’inverno, per una donna single di quarant’anni.

 

 

Già sapete quanto io sia una brava venditrice in fatto di case, ma devo dire che sono anche una buona cacciatrice di appartamenti: nel giro di tre settimane avevo già trovato quello che per me era il più bel appartamentino anni ’30 nella parte antica della città. Lo comprai senza esitare (nonostante fossero necessarie delle ristrutturazioni che sarebbero durate anni).

Tornando al lavoro, sentivo che era arrivato il momento di prendere una decisione riguardo la mia posizione. Del resto, il Bella Vista era un business di famiglia, e quindi non mi apparteneva materialmente. Sentivo che avevo bisogno di maggiore sicurezza, di avere qualcosa di mio su cui poter contare. Sai, non si sa mai cosa può succedere, perfino nella tua stessa famiglia. Non che io desiderassi una vita particolarmente agiata, ma avevo bisogno della certezza di poter condurre una vita decorosa, senza che questa potesse essermi strappata dalle mani da un momento all’altro. In poche parole, non volevo rischiare di essere “licenziata” dal business che io stessa stavo portando avanti e rimanere a mani vuote.

 

 

E l’occasione per crearmi questa base arrivò presto: non appena seppi che il vicino Hotel Agis (quello che ora è il Bella Studios) era in vendita, lo comprai senza pensarci troppo. Inizialmente, avevo una paura terribile. Temevo di aver agito d’impulso, facendo il passo più lungo della gamba. Mi ricordo ancora che, mentre correvo da un appuntamento all’altro con il commercialista e la banca, mi chiedevo “Ma in cosa mi sto infilando?” Quel mese non mi sentii molto lucida, ma le negoziazioni e gli accordi si svolsero con una tale semplicità e rapidità che maturò in me la convinzione che fosse destino (nonostante, ovviamente, non sapevo entro quanto sarei stata in grado di pagare il mutuo). Oggi vi posso dire che sì, era destino.

Come spesso succede quando tutto sembra finalmente andare come avevamo sperato, il terremoto arriva inaspettato, lasciandoci senza difese.

Il 2007 era da poco iniziato quando scoprimmo che mio padre era gravemente malato: aveva pochi mesi di vita. Quando ti trovi ad affrontare la perdita di un genitore, una delle prime domande che ti tormentano è “l’ho resto fiero?”. Per me la risposta era “sì”, sono certa che lui fosse fiero di me, della mia decisione di tornare e di quello che ero riuscita a fare qui. Tuttavia, l’idea che lui non ci sarebbe più stato per godere dei miei successi era insopportabile per me. La verità è che non importa quanto tempo abbiamo, quanto ne abbiamo avuto o quanto ce ne è rimasto: ne vogliamo sempre di più. Tutto ciò che desideriamo è più tempo, ma questo lo scopriamo solo quando il tempo sta per finire.

La malattia di mio padre, però, mi portò a realizzare quanto tornare fosse stata la cosa migliore che potessi fare. Se non l’avessi fatto, non avrei avuto l’occasione di stargli vicino durante la sua malattia. Per quanto fosse doloroso vederlo diventare di giorno in giorno sempre più debole, ero felice di poter esserci per lui, insieme a tutta la mia famiglia, fino al suo ultimo respiro. Morì il 15 agosto 2007.

 

Giannis and Freidriki Poulis at University of Surrey 1992 Anthea's Graduation at MSc

Nonostante la mia sofferenza, la stagione andò molto bene. Per quanto riguarda me, avevo calcolato che sarei entrata nella mia nuova casa di lì a tre anni, una volta finite le ristrutturazioni. Quando lo dissi a mia madre scoppiò a ridere dicendomi che ce ne sarebbero voluti almeno cinque di anni. Non le credetti, ed effettivamente si sbagliò, perché di anni, invece, ne sono passati undici, ed io non mi sono ancora trasferita.

Com’è possibile? Questo lo capirete molto presto, dopo che vi avrò raccontato dei periodi di stress mentale, emotivo e finanziario che mi attendevano e di cui io ero completamente ignara presa com’ero dal successo che stavo avendo. Nonostante avessi appena acquistato una nuova attività ed un appartamento e mio padre mi aveva lasciata, mi sentivo forte e piena d’energia. Ero riuscita a sopravvivere da sola a Londra, a rimettere in piedi l’attività dei miei genitori e perfino ad espanderla. Mi credevo indistruttibile e credevo di non aver nulla da temere, ma mi sbagliavo. Mi sbagliavo alla grande.

 

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About The Writer
Alexandra Di Gregorio
Pen Name: Fille Du Vent

Alexandra is a young and still developing writer. She likes to explore different literary genres and styles, such as poetry, short stories and stream of consciousness. Alexandra aspires to become a travel writer collecting and writing the stories of the people she meets on her journeys around the world. This time Alexandra worked as a biographer, writing short stories revolving around momentous events in the life of Anthea and of the Bella Vista hotel

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