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Benitses, una storia di amore e odio

09 Aug, 2017

Bella Stories Written by: Alexandra Di Gregorio

Le prime cose che notai quando arrivai a Benitses furono i colori straordinari del mare e quelli dei bellissimi fiori che potevi vedere sbocciare ovunque. Non avevo mai visto un arcobaleno di colori così.

Anche le case erano colorate di tonalità confortevoli, come il rosso mattone o il giallo miele che rimandano ai colori della sabbia della spiaggia di Glyfada. Ma ci fu un’altra cosa che notai: due enormi edifici rovinati lungo la strada principale fuori dal centro del “vecchio villaggio”. Inizialmente pensai che poteva trattarsi di costruzioni in fase di ristrutturazione che avrebbero aperto per la stagione estiva, ma scrutando attraverso le finestre polverose di quelle enormi strutture così diverse dalle piccole taverne e caffetterie che corrono nel lungomare, realizzai che mi sbagliavo. Entrambi gli edifici erano abbandonati, proprio come si presentavano davanti ai miei occhi. Le macchine da gioco d’azzardo trascurate e ormai consumate dal tempo resero chiaro che quelli non erano gli scheletri di qualche albergo. No, dovevano essere stati clubs o casinò.

Una notte, durante una passeggiata con Anthea, passando davanti a uno degli edifici, decise di confidarmi la storia di Benitses e dei resti abbandonati di quella che una volta soleva essere una… discoteca.

Il piccolo villaggio di Benitses è sempre stato un posto privilegiato dove vivere, prima di tutto perché era ricco con l’acqua che scendeva dalle montagne vicine. Testimone di questo sono le vecchie rovine e le bellissime water-springs che i turisti aspettano di vedere quando vengono qui. La seconda ragione che fece di Benitses un posto fortunato fu che, essendo vicino al mare, nacque come un  villaggio di pescatori. Mentre nel centro e nelle montagne le persone potevano vivere solamente di agricoltura, e tutti noi sappiamo quanto facilmente il cattivo tempo così come le malattie delle piante possano danneggiare il raccolto, a Benitses le persone non erano mai affamate, perché si aveva abbondanza di pesce per tutto l’anno. E inoltre il pesce era fonte di guadagno, perché i suoi abitanti potevano venderlo ai villaggi vicini.

A partire dagli anni ’60, l’isola di Corfu ottenne un’ulteriore fonte di guadagno: il turismo. Questo portò ad un forte aumento dell’immigrazione in quegli anni, perché, grazie ai turisti, le persone potevano guadagnare abbastanza per vivere qui tutto l’anno.  I genitori di Anthea, per esempio, tornarono alla loro terra madre dall’Australia nel 1966. Grazie alla disponibilità di pesce fresco, Benitses era ancora una volta il posto fortunato, sviluppandosi velocemente e diventando presto una meta molto ricercata per trascorrere le vacanze.

I turisti amavano Benitses, perché aveva tutte le caratteristiche di una società idilliaca, pura e innocente, non contaminata dalla mentalità capitalista che si stava rapidamente diffondendo in tutta Europa. Benitses era un paradiso felice, immerso nella tranquillità, nella pace e nella natura.

Gli abitanti del villaggio, a loro volta, amavano i turisti, perché essi portavano ricchezza e modernità. I locali pensavano ai turisti come angeli caduti dal cielo. Con i loro occhi azzurri e i capelli biondi, i tratti tipici degli inglesi, rappresentavano l’immagine della bellezza e del progresso. Grazie a questi “angeli”, i locali iniziarono ad avere più soldi, con cui poterono comprare nuove terre nelle quali costruire ristoranti, hotel, negozi… Chiunque iniziò a vivere il proprio sogno, perché anche chi non aveva a disposizione terre poteva vivere della vendita di prodotti locali come pesce, olio d’oliva e vino, ad hotel e ristoranti.

Sfortunatamente, il sogno si trasformò presto in un incubo. Il tipo di turismo che stava diventando un punto di forza era principalmente giovane. L’agenzia turistica che operava a Benitses era il British Club 18 30, per questo è facile capire che il raggio d’età dei turisti era molto basso, dai 18 ai 30 anni, e che questo influenzò il tipo di servizi che il villaggio aveva da offrire. I Club e i pub iniziarono a diffondersi a macchia d’olio nel lungo mare. In qualsiasi caso, questo tipo di turismo iniziò a cambiare non solo l’architettura del villaggio, ma anche la mentalità delle persone, cancellando quei valori tradizionali, patriarcali e fortemente religiosi sui quali era fondata la società.

Le persone che avevano più terre e più soldi iniziarono a esibire il loro potere, rendendo invidiosi e frustrati quegli abitanti del villaggio che non avevano le stesse disponibilità economiche, rompendo la coesione e lo spirito di amicizia che regnava prima di allora tra le persone del posto. Lo stile di vita “libero” che i turisti stavano esportando si scontrò con le credenze religiose sulle quali era basata l’armonia famigliare che regnava prima di allora. Considerando i turisti come esseri umani di più alto livello, i locali iniziarono a trascurare e a non rispettare più i tradizionali valori di umiltà, castità e astinenza che caratterizzavano lo stile di vita di Benitses. Quella che una volta era innocenza e ingenuità si trasformò in ignoranza, e la combinazione di ignoranza al possesso di tanti soldi portò ad un’imitazione grottesca dello stile di vita dei turisti. Gli uomini iniziarono ad andare alle feste, bere senza restrizioni e godere della libertà sessuale delle bellissime donne straniere. Le ragazze locali furono completamente ignorate, innanzitutto perché seguivano quel codice di comportamento religioso ormai caduto in disuso. In altre parole, non si stavano svendendo. In secondo luogo, perché non potevano soddisfare il sogno degli uomini di lasciare la Grecia per una vita migliore. Coloro che invece non riuscirono a trovare una bella compagnia straniera durante l’estate andarono all’estero nel periodo invernale per inseguire i propri sogni.

Benitses era pubblicizzata per le 3 S: sea (mare), sole, sabbia. Se venite a Benitses, comunque, vedrete che qui non abbiamo spiagge sabbiose. Non c’è bisogno che vi dica a cosa corrispondesse la terza S, potete capirlo facilmente da soli.

All’inizio degli anni ’80 il prezzo della terra aumentò sostanzialmente, e così anche la competitività tra i locali. Ognuno stava combattendo con lo scopo di comprare la più grande porzione di terra e di costruire il business di maggior successo. Dopo aver raggiunto questo obbiettivo, i club iniziarono a combattere per chi potesse tenere la musica a più alto volume, e a quei tempi non vi erano leggi che regolassero questo aspetto, e Benitses diventò presto una grande discoteca a cielo aperto. Con lo scopo di risparmiare più soldi possibile, le discoteche compravano alcol a basso costo e offrivano alcolici scadenti alle persone, così che queste ne dovessero comprare, e quindi consumare sempre di più, per raggiungere quello stato di ebbrezza di cui avevano bisogno per godere dei tristi spettacoli sessuali che si tenevano in questi posti.

Mentre le famiglie locali chiamavano la polizia per lamentarsi del rumore, i turisti ubriachi incappavano in qualche rissa con i giovani locali per qualche ragazza che avevano appena incontrato in una delle discoteche. A quei tempi i ragazzi del luogo erano soliti uscire con cinghie di ferro con la scusa che “ non si può mai sapere cosa può succedere”. Al mattino i locali potevano trovare le teste dei loro asini mozzate, o qualche persona ubriaca collassata sul marciapiede.

Un mattino il fratello di Anthea trovò un ragazzo che dormiva nel loro giardino. Provò a svegliarlo, ma riuscì a farlo solo versandogli dell’acqua fredda sulla testa. Grazie a Dio non era in coma. Il fratello di  Anthea lo portò in casa per dargli il tempo di riprendersi un attimo, ma lui era ancora ubriaco e continuava ad urlare per ore le stesse patetiche parole, “Jane, I love you! Don’t go!”. Questa situazione andò avanti per cinque ore, quando decisero che era tempo di rispedire il ragazzo a casa.

Rumore, accoltellamenti, i continui interventi della polizia…il villaggio paradisiaco e tranquillo di Benitses era ormai un pericoloso inferno di fuoco.

Le famiglie erano sempre più preoccupate per i loro figli, che stavano diventando selvaggi, bevendo sino a non capire più niente e tornando a casa distrutti per via di qualche rissa; mentre molti ragazzi stavano abbandonando la scuola e lasciando le loro famiglie per andare all’estero, dove avrebbero speso tutti i loro soldi nei casinò, le ragazze crescevano pensando di non valere niente, dato che i ragazzi locali avevano occhi solo per le turiste.

Stanca di investire denaro in un luogo che non era più fonte di attrazione turistica, per via delle famiglie locali che iniziarono a ribellarsi a questo tipo di turismo, l’agenzia decise di trasferirsi a Cavos (a sud dell’isola di Corfu); così i proprietari delle discoteche persero la loro importanza, come i re che cadono dai loro troni. Ciò che ne rimase, comunque, furono famiglie rovinate e bambini divisi tra la Grecia e il paese della loro madre.

“Capisci ora perché decisi di partire e andare all’estero per studiare? Volevo vedere cosa c’era di così speciale in Inghilterra, cosa le persone e le donne avevano e non avevano. Istruirmi era l’unica chance per lasciare questo posto dove niente aveva più senso. Mio fratello usciva dalla finestra per andare in queste discoteche, ma io…non mi era permesso di fare niente, perché sono una donna! L’unica cosa che mi sarebbe stata concessa sarebbe stata sposarmi, ovviamente con un uomo greco. Questa fu la strada che mia sorella scelse, per godere di una certa libertà. Ma non volevo sposarmi a quindi anni! Così partii alla ricerca del mio posto nel mondo, un posto che non trovavo a Benitses. Mio fratello avrebbe dovuto essere il futuro proprietario dell’albergo dei miei genitori, non c’era niente per me in questo villaggio. Ma mio fratello si rifiutò di condurre l’hotel. Quindi tornai,  perché credevo che ci fosse un altro modo in cui il villaggio potesse andare, una strada di turismo responsabile e sostenibile. Tornai e lavorai sodo affinché questa strada potesse diventare reale, e ce la feci, grazie all’esperienza e alle conoscenze che acquisii  all’estero. Tornai perché amavo e odiavo questo posto”.

A voi lettori, adesso sapete perché Benitses era deserto quando Anthea tornò da Londra: il turismo si era spostato da qualche altra parte. Comunque, questa vacuità fu una benedizione, perché il villaggio poté costruirsi di nuovo dalle sue rovine, rivelando tutta la sua pura e genuina bellezza.

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About The Writer
Alexandra Di Gregorio
Pen Name: Fille Du Vent

Alexandra is a young and still developing writer. She likes to explore different literary genres and styles, such as poetry, short stories and stream of consciousness. Alexandra aspires to become a travel writer collecting and writing the stories of the people she meets on her journeys around the world. This time Alexandra worked as a biographer, writing short stories revolving around momentous events in the life of Anthea and of the Bella Vista hotel

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